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Giulio Turcato
Mantova 1912 - Roma 1995

Giulio Turcato è stato un protagonista indiscusso della rivoluzione astrattista in Italia nel periodo postbellico. Nel 1947 l'artista fonda il gruppo romano "Forma I " con Attardi, Accardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli e Sanfilippo. Di lì a due anni egli aderisce al "Fronte Nuovo delle Arti" partecipando alla prima storica esposizione del gruppo presso la Galleria della Spiga a Milano, presentato da Corrado Maltese. Nel 1950, in seguito ad un viaggio-studio a Parigi, Turcato entra a far parte del "Gruppo degli Otto" promosso da Lionello Venturi. Le esposizioni personali e collettive dell'artista si alternano incessantemente, sia in Italia che all'estero, fino al 1958, un altro traguardo temporale che segna definitivamente l'affermazione di Turcato nel panorama artistico internazionale.
Composizione si colloca nel particolare momento in cui la ricerca pittorica dell'artista raggiunge "una cultura dove dunque il futurismo si mescola e si corregge con i Picasso e i Kandinsky [...] dove del messaggio futurista sopravvivono, più che le forme, le proiezioni verso il nuovo e il futuribile."' Alla rimeditazione sul passato Turcato aggiunge più o meno consciamente i ricordi 'orientaleggianti di Venezia, dove egli ha trascorso gli anni della sua formazione. L'ordito segnico diviene un sistema strutturato spazialmente, ma già nelle opere di questo periodo l'artista privilegia la potenza espressiva del colore.
I germi delle decantazione coloristica sono visibili nelle varie opere databili fra il 1956 e 1957. In Africano1 come nelle due versioni del Deserto dei Tartari3 e Mosche cinese stanno a indicare nel contesto di una sintassi astratta, l'inaugurazione di un universo nel quale il dato naturalistico è solamente un vago ed indefinito ricordo (Turcato ormai si è allontanato dai dibattiti pittorici e politici dell'astratto-concreto). Lo spazio si dissolve fra gli ideogrammi, chiara reminiscenza del viaggio compiuto dall'artista nel 1956 in Estremo Oriente, ora le linee di colori s'ispessiscono e si contraggono, la tela diviene un racconto ancestrale nella quale lo sciame dei segni svela un universo ispirato a Matisse e alle iridescenze balliane, in un percorso astratto di sapore antico, ma contemporaneamente innovativo.
In Composizione come nelle opere coeve,Turcato adotta un reticolo nel quale la gestualità originaria si concretizza in un gioco dove "affrancate dalla geometria come dalla gravita, le sue forme in costante trasformazione galleggiano in una dimensione di luce e colori intensi e cangianti."5 Le vibrazioni emanate dai segni-colore creano una scrittura armonica, una sintesi costituita da una disarmante semplicità. Il colore nella propria corposità, delimita un tracciato irregolare memore della gestualità dell'artista. Nel 1958 Turcato espone alla XXIX edizione della Biennale veneziana, una serie di "composizioni" che scandiscono ed affermano il linguaggio pittorico adottato dall'artista mantovano in questo periodo. Sono anni di trapasso e preludio per Turcato, che prosegue incessantemente la sua ricerca sia personale che pittorica.

Questo dipinto è uno degli esempi paradigmatici della concezione di Turcato riguardante il colore, "con la sua particolare e a sua volta quasi utopica qualità. Un colore che dunque diventa simbolico del sentimento e di fuga verso un ignoto non più surrealista, non più romantico, ma radioso di promesse e di avvenire"'.
Un futuro, quello di Turcato, costellato di Arcipelaghi e Superfici lunari, opere che manifestano la sua vocazione e passione inesauribile per un processo pittorico che travalica l'identificazione dello spazio fisico della tela con il colore.
Subacqueo si immette nella fase degli anni '60, quando Turcato introduce la sabbia negli scenari pittorici. L'avventura della materia diviene l'espediente per creare un "effetto ottico, che deriva dal fatto che il dipinto stesso è sensibile alla luce, somiglia a quello che si ottiene manipolando un pezzo di seta iridescente"2. Subacqueo è il flusso stesso della marea, e l'organicità del dipinto rievoca il movimento dei fondali marini, nei quali il divenire del colore stesso presiede alla creazione di un mondo nuovo, "iridescente" trasforma-tosi in una flebile allusione della pittura balliana.
La questione polimaterica in Turcato è secondaria alla ricerca sul colore, egli tenta incessantemente di creare nuovi colori al di fuori dello spettro solare, in un'esaltazione continua delle percezioni sensoriali. Il blu di Turcato "cresce su aromi cromatici diversi, impuro, ricco, come germinante da una fisiologia che non è materia ma nuda sensazione; pelle carezzata da un occhio nella sua fascinante corporeità e subito assunta in voluttà tutta emotiva".
L'opera in esame è il preludio di Subacqueo (datato 1970-1971) che nella ripetitività tematica innesca un gioco sull'essenzialità dell'investigazione pittorica di Turcato, una ricerca continua per riformulare effetti ottici sempre nuovi e diversi, in un'equivalenza armoniosa fra materia e colore. Nel 1961 Turcato era entrato in contatto con il gruppo "continuità" e la sua adesione era in linea con il superamento dell'informale (definizione ideata da Argan). Di lì ad un anno Turcato ufficializza con una serie di esposizioni la sua indagine precipua sui colori "oltre lo spettro", un interesse che l'artista mantovano aveva manifestato fin dai tempi dei primi viaggi degli astronauti sulla Luna, quando aveva identificato nell'amaranto il colore non contemplato nello spettro solare.

 

 

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Data ultimo aggiornamento: 17-04-2006