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Marcello Scuffi
Marcello Scuffi è nato a Tizzana, in provincia di Pistoia, il 25 settembre del 1948. Vive e lavora a Quarrata, dove ha l'atelier, anche se ultimamente si trova sempre più spesso a Marina di Pietrasanta, in Versilia. Autodidatta, dipinge dal 1970 e, dopo avere lavorato come operaio, dal 1973 si dedica esclusivamente alla pittura. Fin dall'inizio è apparso in varie collettive e in numerose personali. Nel 1977 e nel 1981 ha vissuto e dipinto a Bruxelles. Le sue opere sono note e apprezzate non solo in Italia, ma anche all'estero, in particolare in Francia, in Belgio e in Svizzera. La sua pittura ha suscitato costantemente l'attenzione non solo di critici d'arte, ma anche di illustri letterati che hanno spesso pubblicato saggi e studi su di essa.
DEI SILENZI E DEI SOGNI
Una notte di una vita fa, al ritorno da una cerimonia di premiazione che si era svolta a Carrara, ci fermammo a cena a Viareggio. Eravamo Marcello Scuffi, Salvatore Magazzini, io. Non ci importava la cena: dovevamo parlare. Infatti la nostra conversazione si svolse tutta sul concetto astratto del "bello": cos'era, cosa non era, cosa sarebbe potuto essere. E ci scaldavamo rumorosamente nel sostenere le nostre idee - o meglio, le nostre sfumature di idee. Perché eravamo d'accordo, senza troppe sofistiche distinzioni, che era bello ciò che a ognuno di noi piaceva. Un concetto antico. Lo aveva enunciato una poetessa greca, Saffo, oltre duemila cinquecento anni prima: "Alcuni uno stuolo di navi, altri un esercito schierato a battaglia... io ciò di cui ognuno è innamorato...". Erano queste le nostre discussioni. Inutili come tutto ciò che fa parte della vita estetica. Ma ci facevano crescere: Scuffi e Magazzini in pittura; io nelle parole, lo scrivere.
È passata una vita. Ma ecco che Marcello Scuffi continua a parlare del suo senso del bello. Lo fa con le sue tele, i suoi affreschi, i suoi acquerelli. Come allora. E dico sùbito che ancora lo riconosco, nitido, netto come a quel tempo. Non è cambiato. Né sono cambiati - se non occasionalmente - i suoi soggetti. È mutata, invece, la sua mano ed è, al tempo stesso, quasi paradossalmente, rimasta identica, tale che allora.
Certo in quegli anni le sue opere erano più luminose, più chiare. Oggi sono forse più cupe, oscure. Ma chi, come lui, da trent'anni pratica la pittura e la vita, non può non avere meglio compreso, dalle esperienze che si è fatto sulle proprie spalle e sulla propria pelle, che un pizzico di 'cupismo' non può far male; che essere, forse, meno giottesco e un po' più pessimista (perché, secondo me, di questo si tratta) è, in fondo, più reale - e forse salutare.
La vita è problematica e, quindi, deve esserlo anche la pittura. Quella di Marcello Scuffi lo è. O almeno lo è diventata di più. Altrimenti, che senso avrebbe dipingere con tanta insistenza treni in disarmo nei depositi-merci, marine solitarie immerse in luci autunnali o invernali, ossessionanti circhi equestri solitari come un sogno che si fa verso il mattino, quando, nel sonno più riposante, ma anche più fragile, si corre il rischio, all'improvviso, di svegliarsi di colpo e di vedere andare in frantumi un mito assopito nella nostra coscienza profonda?
È vero. L'ho detto anche a lui, con il piacere e l'orgoglio dell'agnizione còlta all'improvviso, che nelle sue opere manca il sole. Perciò esse hanno quella veste leggera di ossessione onirica, ma solo per quel tanto che basta a non essere surrealismo puro, impossibile e gratuito. Vi vedo dentro una sorta di pianto del tempo perduto; un affabile, meravigliato stupore (velato di tormento, però) per ciò che ormai è solo retaggio incontestabile della memoria. E quando Scuffi mi dice che i treni li ha visti perché suo padre lo lasciava a guardarli allo scalo-merci; quando mi racconta che per lui il circo è quel tendone assurdo, assoluto e senza presenze, perché sua madre, di sera, dopo cena, lo portava con i fratelli dinanzi a quella forma colorata e diceva "Ecco. Il circo è quello. Guardàtelo" e poi tutto finiva lì, senza il mondo dei pagliacci (come si diceva allora), delle bestie feroci, dei giocolieri, delle povere ballerine, che anche d'inverno si presentavano mezze nude, con solo i sette proverbiali veli addosso, paonazze per il freddo; ecco, quando mi racconta di tutto questo, allora la sua arte mi si fa più comprensibile e chiara. Essa è quasi la reminiscenza onirica di un'Italia del dopoguerra in forte ripresa economica, ma ancora povera e senza pretese. E i suoi soggetti altro non sono che le astrazioni immaginifiche, arcaiche, quasi mitiche, di ciò che fu e non è più se non immagine-idea della memoria.
La pittura di Marcello Scuffi non è ritratto del reale. È, piuttosto, un dolente itinerario della mente nella mente, nel dipingere a mente, nel ricreare a mente. Spesso, anche, fondendo elementi eterogenei, di diversa e dubbia provenienza, fino al sincretismo più osé, alla contaminazione delle immagini, che prendono un senso solo "se ed in quanto tali". Le cattedrali (penso a Siena, a Praga o chissà quale altra) s'inseriscono e svettano in mezzo a fabbriche dismesse, elementi d'una realtà degradata: ma non al punto del realismo crudo. Degradata da una solitudine, a volte desolata, dalla quale la scoria è bandita sistematicamente e con cura. Perfino il deserto della civiltà industriale ritrova, nella sua pittura, la riduzione all'ordine attraverso la cancellazione dell'orrido delle discariche e degli scarti delle lavorazioni. Tintorie, concerie, laboratori artigiani non sono assediati né da cumuli di detriti né dalle erbacce: sono lindi, fissi, immutabili. Ne esce un cosmo pulito e geometricamente ordinato. E, dunque, il mondo pittorico di Scuffi è una primigenia ricostruzione, la palingenesi di un "bello" da cui è bandito ogni squallore; un mondo a cui tendere con la mente per ritrovarvi un angolo sereno e inquieto al tempo stesso; o anche malinconico in termini di elegia, o doloroso. Un "bello", una bellezza come quella di cui parlammo una vita fa.
Mari e monti - anch'essi accuratamente contaminati, vale a dire mischiati: quelli di Toscana con quelli di chissà quale angolo di mondo - echeggiano aspri paesaggi apuani. I profili dei poggi ritagliano, in alto, angusti spazi di cielo, dove però, talvolta, compaiono bianche linee, tracce di aerei; sottili bave che richiamano, come d'improvviso, una traccia di una stella cadente o di una cometa che sembra indicare una indecifrabile direzione.
E l'uomo? Figure stilizzate, legnose, immobili. Di una legnosità qual è quella di certe sculture popolari di un medioevo rigoroso, fisso, statico - ma solenne, sdegnosamente meditativo, rigorosamente ancorato a certi propri princìpi etico-morali, solido. A volte un gatto nero si aggiunge come elemento 'altro', scolpito anch'esso in una fissità da terracotta. Ma è invenzione? Neppure questa lo è. "Era il gatto nero di cui avevamo paura e che una ragazza che veniva prendeva in collo e carezzava con cura, con affetto...", dice Scuffi. Dunque non esiste invenzione neppure qui. L'elemento è, di nuovo, un sogno-simbolo, una realtà della mente, un archetipo che sembra materializzarsi. Perciò non è fuor di luogo pensare che l'opera di Scuffi si snodi, sempre e comunque, lungo un tracciato umbratile e poco appurabile di memoria. In questo scritto, che più che nota critica definirei una testimonianza, mi piace pensare che la sua pittura sia proprio una ricerca del tempo perduto, simbolizzazione della vita stessa.
Le marine non sono diverse. Sono per lo più quelle di una Versilia che Scuffi vive e vede - con coinvolgimento emotivo - specie in autunno-inverno, prima di sera, quando i grigi e i cobalti s'addensano su un mare quasi fermo, appena corso da un brivido impercettibile di maestrale. Sono spiagge sospese nel silenzio, barche - di legno - come tanti anni fa; darsene senza tempo, ma che un tempo sono state, sono esistite. E sempre, intorno, quell'incombere del cielo, quel "cielo addosso", per rubare un titolo dimenticato a Gianna Manzini; quel silenzio che sembra spargersi come una leggerissima polvere sulle cose, sulle case, su tutto. Più chiari, affreschi e acquerelli ripetono, in tonalità diverse, gli stessi temi su cui la parola definitiva è sempre detta dal tempo del silenzio, dalla sua scansione indecifrabile e densa di suggestioni.
Scuffi è qui, mi pare, ancora oggi. Con un piglio rassicurato dallo scorrere di tutti i giorni trascorsi. Il silenzio delle sue opere è rotto solo dalla sua personale rumorosità, dalla cordiale sonorità della sua voce. Ma il volto più vero è quello del silenzio che sale dall'anima, ridefinito e come imprigionato nelle linee e nei chiaroscuri.
Fu così anche allora, una vita fa. Dopo la discussione sul "bello", usciti dal ristorante, ci accorgemmo che era già notte fonda. Una notte senza luna; silenziosa. Mi disse: "Ho troppo sonno. Guida tu". E io guidai il suo 'Maggiolone' nero. Prima l'autostrada, poi le vie normali. Non incontrammo anima viva. Dormiva. Dormì. L'unica nota era il ronzìo del motore e quel grande, interminabile silenzio.
Marcello sognò, forse, un circo, un treno, una barca di legno - o, chissà, una marina con un cielo di piombo, una ragazza e un gatto nero.Edoardo Bianchini
Bibliografia essenziale
1982 - Tommaso Paloscia, Marcello Scuffi, ed. KS, Firenze
1989 - Dino Carlesi e Tommaso Paloscia, Marcello Scuffi, Bertelli, Firenze
1991 - Pier Francesco Listri, Marcello Scuffi, ed. KS, Firenze
1992 - AA.VV., Marcello Scuffi, Bertelli, Firenze
1994 - Dino Carlesi, Marcello Scuffi, ed. Polistampa, Firenze
1997 - Nicola Micieli, Marcello Scuffi, ed. Polistampa, Firenze
1998 - AA.VV., Alla bottega degli anni giovanili, ed. Polistampa, Firenze
1999 - Beba Marsano, Marcello Scuffi, ed. Polistampa, Firenze
2001 - Paolo Rizzi, Marcello Scuffi. La memoria delle cose, ed. Téchne, MilanoMostre personali
1972 - Saletta Ambra, Poggio a Caiano (FI)
1973 - Università Popolare, Prato
1974 - Galleria La Soffitta, Quarrata (PT)
1975 - Galleria d'Italia, Forte dei Marmi (LU)
1976 - Saline delle Terme, Montecatini (PT) - Galleria Patrizia, Montecatini (PT)
1977 - Galleria d'Italia, Calenzano (FI) - Galleria Nazionale (LU) - Galleria La Spirale, Prato
1978 - Galleria Metastasio, Prato
1979 - Galleria Artides, Bruxelles
1980 - Galleria Silvana, Pistoia
1981 - Banco di Roma, Bruxelles
1982 - Renzo Spagnoli Arte, Firenze - Galleria Jean Camion, Parigi
1983 - Palazzo Lenzi, Quarrata (PT)
1984 - Jolly Club, Gorizia - Galleria La Soffitta, Quarrata (PT)
1985 - Galleria Patrizia, Montecatini (PT)
1986 - Galleria Ghelfi, Verona
1987 - Biblioteca Comunale, Quarrata (PT)
1988 - Comune di Quarrata, Quarrata (PT)
1989 - Renzo Spagnoli Arte, Lugano
1990 - Galleria Jansonius, Ascona (Svizzera)
1991 - Galleria Faustini, Firenze
1992 - Comune di Marcote - Ass. Cult. - Lugano
1993 - Bottega d'Arte, Quarrata (PT)
1994 - Comune di Quarrata, Quarrata (PT)
1995 - Galleria Jansonius, Ascona (Svizzera)
1996 - Gallerie d'Arte Orler, Madonna di Campiglio (TN)
1997 - Galleria La Vetrata, Roma - Galleria Spagnoli, Firenze
1998 - Museo Civico, Palmanova (UD)
1999 - Gallerie d'Arte Orler, Madonna di Campiglio (TN) Arte Barbone, Bari
2000 - Gallerie d'Arte Orler, Madonna di Campiglio (TN)
Senza titolo
Olio su tela - cm. 50x40
Data ultimo aggiornamento: 21-12-2001