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Piero Giunni
Villa Cortese (MI) 19 12 - Bondone (TN) 2000

Quest' opera è tra le più importanti che l'artista ha eseguito intorno alla metà degli anni Cinquanta e avvalora il grande e solo tema che il pittore ha perseguito per tutto il suo viatico artistico: la fedeltà alla natura intesa come luogo focale dove accertare e comunicare quel modo totale d'essere nel mondo.
Tale sentimento aveva già persuaso Arcangeli il quale inserì Giunni, senza esitazione, nella rosa degli Ultimi naturalisti, il famoso saggio-manifesto che il critico, come è noto, pubblicò su "Paragone" nel 1954, Giunni si trovava in compagnia di altri artisti di area lombardo-padana quali Merlotti, Chighine, Romiti, Moreni; tra questi, Giunni si distingueva per la qualità della pittura, particolarmente amata dal critico bolognese che vedeva nell'artista un minore dramma rispetto agli altri compagni ma, senz'altro, era riconosciuto tra i più attinenti a definire quel concetto di 'ultimo naturalismo' che il critico aveva espresso con grande partecipazione umana.
Tra le tante presentazioni di Arcangeli, a partire dal 1953, merita ricordare quella in occasione della personale alla Biennale del 1958 dove il critico trovava lo spunto per ribadire che l'ultimo naturalismo era sorto "per aver più vita" non tanto per "trovare nuove indefettibili leggi"; e, secondo Arcangeli, Giunni avvalorò "più vita" in virtù del suo passato e del suo lento maturare alla modernità, nel quale vennero a trovarsi e combinarsi elementi di certa pittura non figurativa come di un De Staël o di un Poliakoffche e che infusero all'artista milanese "libero campo per l'espansione d'un esaltato sentimento della natura", che l'artista era pronto a colmare nella tela con l'intensità di una "vibrazione di suono che occupi tutta la coscienza".

 

 

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Data ultimo aggiornamento: 17-04-2006