Logo

LA VETRINA

Home
La Vetrina | ArteInsieme | Giornale
Carrà Shopping

Pagina 1 | Pagina 2 | Pagina 3 | Pagina 4 | Pagina 5

La Bottega d'Arte
ha dedicato una mostra al maestro
nel settembre 2001

Carlo Carrà
(Quargnento, Alessandria, 1881 - Milano, 1966)

Allievo dell'Accademia di Brera, dal 1911 al 1914 Carrà soggiornò a Parigi, dove ebbe modo di incontrare Picasso, Braque, Apollinaire e dove conobbe la pittura francese da Courbet a Cézanne. Dopo un'iniziale esperienza divisionista, nel 1910 il maestro fu fra i firmatari del "Manifesto del futurismo" (I funerali dell'anarchico Galli, 1911, New York, Museum of Modern Art), ma già nel 1912 le sue opere si accostarono al cubismo.
L'incontro con De Chirico e Savinio, nel 1916, lo portò nella sfera della pittura metafisica, ma con una più spiccata sensibilità per la volumetria dell'immagine e il recupero dei "valori plastici" (L'idolo ermafrodito, 1917, Milano, collezione privata). Alle sue immagini arcaizzanti, inquadrate in una natura rarefatta, fra mitica e reale, fecero riferimento i maggiori pittori del Novecento italiano (Vele nel porto, 1923, Firenze, collezione privata). Dopo il 1926 Carrà ammorbidì l'essenzialità del suo stile con una maggiore adesione alla pittura francese.

UNA GRAFICA DAI CARATTERI ESSENZIALI

L'opera incisa di Carrà è rimasta ancora piuttosto nell'ombra, eclissata da quella pittorica, sulla quale esiste ormai una letteratura di gran lunga più vasta ed esauriente. Benché l'attività grafica del maestro, circoscritta all'acquaforte e alla litografia, sia limitata ad una tecnica elementare di estrema semplicità, deliberatamente incurante delle sconfinate possibilità del rame, e di quelle pur doviziose della pietra, le opere che ne risultano hanno grande interesse, perché aiutano a meglio chiarire e penetrare i caratteri essenziali della sua arte. Egli non chiede a queste due materie più di quello che un tracciato di penna o di matita potrebbero ugualmente dargli sulla carta, salvo, beninteso, la possibilità di moltiplicare gli esemplari; spinta, questa, sempre decisiva per l'artista.
Accostandosi alla grafia di Carrà, si rimane a prima vista piuttosto delusi dal tracciato disadorno e sgradevole, che pur racchiude una sostanza poetica di tanta suggestione. Per chi specialmente ha vivo negli occhi il ricordo della sua pittura densa di tonalità ricche e raffinate, non è difficile cogliere il senso di queste figurazioni ferme, delineate come in uno stato di stupefazione, viventi in una luce astratta, siderea più che lunare, che il biancore stesso del foglio contribuisce ad accentuare. Più difficile è amarle, se non si riesce a superare, come nell'apologo della noce, l'asprezza del mallo e la durezza del guscio per goderne il gheriglio. Privata del colore, l'arte di Carrà ci rivela ancor meglio la sua vera essenza, la sua origine, il suo logico svolgimento. Documenta una volontà dura, tenace, tesa con leonardesco "hostinato rigore" ad un superamento costante; superamento soprattutto di ogni indiscriminato abbandono ad un temperamento di indubbio fondo romantico, che non sfugge a chi ha la fortuna di conoscerlo di persona e sa bene che quella abituale austerità del volto, alla quale s'intona la voce grave e pacata, si scioglie presto in cordialità inattesa, rivelante la sua vera natura.
Le tappe dell'ormai lungo cammino percorso da questo nostro atleta della pittura, sono qui documentate da opere nate nell'ansia di rintracciare una vena sorgiva dispersa e impaludata, e ad essa ricollegarsi, difendendone la cristallina purezza contro ogni minaccia o anche solo parvenza di contaminazione. Ansia che è venuta concretandosi in una ortodossia totale, intransigente, che non ammette piacevolezze esteriori, che sacrifica ogni particolare non assolutamente indispensabile, riassume la forma semplificandola anche a costo di mutilarla, e la piega alle esigenze di uno stile, di quello stile tutto e inconfondibilmente suo. Estrema è la parsimonia dei mezzi grafici. Il gioco dei valori è di regola limitato a scarsi accenni intesi piuttosto a sottolineare e rinforzare che a modellare. Vi porta quella sete di semplicità e chiarezza, quel senso di concisione grandiosa che gli derivano verosimilmente da Giotto, suo evidente ispiratore. E può anche talvolta accadergli di andare oltre lo spirito francescano che pervade il dramma di questo suo grande nume tutelare, mutandolo in regola trappista.
Raramente spinge a fondo la trattazione grafica, pur raggiungendo ugualmente la compiutezza dell'opera. Alcune pagine, vedi le futuriste e le metafisiche, hanno soprattutto valore polemico. Oggi, a distanza di anni, tali opere ci interessano assai meno, e non le cambieremmo con altre più recenti, nelle quali affiora un contenuto emotivo che rapisce ed esalta. Valgano per tutte la fragilissima, ineffabile Melanconia, la desolata solitudine di Lago lombardo, che rende con tanta efficacia il senso dello spazio e l'angoscia del silenzio con poche tenui tracce di matita grassa sulla pietra granita, sfiorata appena da mano commossa; gli Amanti (pure del 1943), primordiale coppia veramente e miseramente nuda, sola nel lontanissimo tempo.

CARLO ALBERTO PETRUCCI
da "La Fiera Letteraria"

 

 

AVVISO IMPORTANTE
Per molti artisti presenti in questa sezione disponiamo di opere - di nostra proprietà - che sono in vendita e possono essere liberamente trattate e acquistate. Poiché, tuttavia, in base a certa normativa relativa ai diritti d'autore non è consentito mostrare neppure una semplice, microscopica icona senza dover versare alte cifre a titolo di diritti, siamo stati costretti a sopprimere molte immagini di opere di artisti rivendicati in tutela dalla SIAE. Chi fosse eventualmente interessato a trattative e acquisti è pertanto pregato di contattarci per e-mail.

 

 

E-mail

Data ultimo aggiornamento: 16-05-2004