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Dellepiane &
Spoletini
a Torino
Mostra: BEPPE DELLEPIANE: "Noi siamo fatti di cielo" - CLAUDIO SPOLETINI: "Space and the city"Venerdì 16 aprile 2004, dalle 19 alle 23, presso la Fusion Art Gallery di Piazza Peyron 9 G, a Torino, si inaugura la mostra bi-personale di carte e sculture di BEPPE DELLEPIANE: "Noi siamo fatti di cielo" e di dipinti di CLAUDIO SPOLETINI: "Space and the city", (quest'ultima realizzata in collaborazione con la Galleria Romberg, Latina), a cura di Fabrizio Boggiano e Edoardo Di Mauro, allestimento di Walter Vallini.
Sede: Fusion Art Gallery - Torino, Piazza Peyron 9 G
Inaugurazione: Venerdì 16 aprile 2004 - ore 19.00 - 23.00
Periodo: 16 aprile - 12 maggio 2004
Orario: Martedì, giovedì e venerdì ore 16.30 - 19.30 - Altri giorni: su appuntamento
Curatori e testi: Fabrizio Boggiano (f.boggiano@tiscalinet.it) Edoardo Di Mauro (edoardodimauro@tiscalinet.it)
Allestimento: Walter Vallini (waltervallini@hotmail.com)
In collaborazione con Galleria Romberg, Latina (per Claudio Spoletini)
Patrocinio Regione Piemonte Assessorato alla Cultura
Sponsor: Acqua minerale naturale Lauretana (Biella) Cantina Sociale Fontanile (Asti)
Responsabile Comunicazione: Marcella Germano (tel. 339 35.31.054)
E-mail: fusionartgallery@tiscali.it
Info tel. 335 63.98.351
Catalogo disponibile in galleria pieghevole corredato di fotografie con testi di Fabrizio Boggiano e Edoardo Di Mauro
BEPPE DELLEPIANE è nato a Genova nel 1937. Dal 1962 espone in
Italia e all'estero in spazi pubblici e in gallerie private. Negli anni Settanta pur
privilegiando le performances quale modalità espressiva, allestite, anche nella città
natale nelle Gallerie Unimedia ed a Il Vicolo, continua ad assemblare oggetti e materiali
diversi in maniera particolare e li espone, per esempio, nel 1974 al Festival di Spoleto.
Tra gli anni Settanta e Ottanta realizza installazioni assemblando oggetti quali sedie,
ombrelli, bottiglie, stracci, calze di nylon, bastoni, maschere, ma anche uccelli e topi
impagliati, dapprima coperti da uno spesso strato di vernice bianca, in seguito sostituita
dal colore nero. Tra le ultime mostre sono da ricordare le personali del 1998 a Genova, al
Museo d'arte contemporanea di Villa Croce e presso l'Archivio Caterina Gualco e le
collettive nel 2000: Via crucis 2000 al Museo di Sant'Agostino e 1950-2000. Arte
contemporanea genovese e ligure dalle collezioni del Museo d'arte contemporanea di Villa
Croce, sempre a Genova, e Materiale@Spirituale al Centro di Cultura italiana a Zurigo.
Fabrizio Boggiano così scrive di Beppe Dellepiane: "Il bianco
e il nero. Due realtà cromatiche che interagiscono con la luce respingendola oppure
facendola propria. Due presenze nette, icastiche, che delimitano ogni fantasia
esistenziale. Allo stesso modo rappresentano il tutto e il nulla, il sole e le tenebre e
proprio da queste emozioni nasce il lavoro di Beppe Dellepiane. Artista profondo,
riflessivo, dotato di una poetica in grado di travolgere e stravolgere la vita di chi lo
segue e lo ama, egli concepisce l'arte come dannazione dell'anima, alla stregua di un
magma in continuo fermento, incontrollabile e inarrestabile. Grazie a questa potenza
interiore le sue opere si caricano di una significanza tale da travalicare l'iniziale
impatto visivo il quale, comunque, viene colpito già nel profondo. Esse non sono mai
statiche, anzi si agitano costantemente dialogando con i nostri sentimenti in una
dialettica emozionale raramente riscontrabile altrove. L'artista non regala immagini né
spaccati di vita quotidiana, ma si impossessa d'ogni principio vitale inserendolo
all'interno dei lavori stessi creando, in questo modo, un cortocircuito delle sensazioni
profonde che amalgama il tutto. Anche la razionalità viene compromessa in quanto si trova
a confronto con un sentito misticismo e una profonda religiosità che spostano i piani
della riflessione in un ambito più intimo. Anacoreta contemporaneo, Dellepiane non ha
formule magiche capaci di spiegare l'esistenza e neppure gli interessa trovarle. Egli si
limita a osservare, talvolta a subire il corso del destino, rispondendo con veementi
scatti emozionali che si tramutano in materia nelle sue opere. In lui è ben chiaro il
concetto che la vita si dibatte fra l'inquietudine e la pace e pertanto l'affronta con
rigore e con coscienza. Il suo cammino inizia da molto lontano ed è consapevole che la
quiete e la felicità non risiedono nell'immediato bensì nel totale inveramento dell'uomo
e per questo è conscio che il cammino sarà ancora lungo. Nasce così una lotta
spirituale, un combattimento interiore che l'artista affronta quotidianamente con tutte le
forze a disposizione e che lo conducono, nel lungo percorso artistico ed esistenziale, a
connotare di profondi significati ogni azione."
CLAUDIO SPOLETINI è nato a Roma, città dove vive e lavora. Ha
compiuto studi classici e letterari. Negli anni '80 ha partecipato al dibattito culturale
sulla fotografia, frequentando la Galleria Rondanini di Roma e i seminari di L. Ghirri e
F. Fontana. Sono di quegli anni i lavori fotografici, prodotti con S. Messina, in cui
venivano rilette in chiave creativa, e quindi non documentaristica, le istanze politiche
degli anni della contestazione ("C'eravamo immaginati" e "Immaginando
Pasolini"), esposti tra l'altro nell'Aula Magna dell'Università La Sapienza e nel
Palazzo della Civiltà Italiana. Nel 1990, con altri artisti e scrittori, ha fondato la
rivista di testi e immagini KR 991 (Datanews Ed.), cessata nel '94. A partire dalla fine
degli anni '80 si è rivolto principalmente alla pittura, tenendo mostre personali e
collettive in gallerie private e spazi pubblici. Oltre a ciò attualmente collabora con
scritti e racconti alla rivista in rete eadessovediamo.org. Ha viaggiato per quasi tutta
Europa, in Medio Oriente, in Nord Africa, e in parte del Sud America.
Edoardo Di Mauro scrive a proposito di Claudio
Spoletini e del suo lavoro: "Se vogliamo inquadrare il lavoro di Claudio Spoletini in
un contesto storico e generazionale il riferimento è senz'altro verso quell'ultimo
scorcio dell'arte italiana che, a partire dalla seconda metà degli anni '80, ha
intrapreso un lento e non ancora concluso percorso di rinnovamento iconologico e
contenutistico, inserendo la citazione all'interno di un confronto con la realtà sempre
più invasiva della tecnologia e dei nuovi "media", alla ricerca
dell'elaborazione di un linguaggio che permettesse all'arte di affrontare le sfide
insidiose di un esterno tendente ad inglobarla a sé neutralizzandone la carica vitale di
eversione linguistica che le è propria, parificandola all'incessante sequela di simulacri
patinati di ogni sorta che da tempo caratterizza gli scenari metropolitani. Nell'ambito
dell'eclettismo stilistico e della multidisciplinarietà che caratterizza la scena
dell'arte da un buon ventennio Spoletini, tra le molte possibilità, ha optato per la
scelta non facile di uno strumento come la pittura, dato ormai per superato dagli
affannati esegeti di un progresso che non è mai tale se non è in grado di compiere al
pari decise fughe in avanti e repentini balzi all'indietro, se non fonda lo statuto che
gli è proprio sul perenne interrogarsi soprattutto sul suo fine, e non tanto sul suo
mezzo, elemento ormai secondario dopo che, con il Concettuale, il tabù della
bidimensionalità "moderna" è ormai stato definitivamente superato. Se la prima
fase del "ritorno alla pittura" aveva posto l'accento della citazione, aspetto
ormai ineludibile dell'arte quantomeno dal Manierismo in poi in termini di analisi mentale
preliminare all'esecuzione tecnica, sul ritorno di valori di visceralità espressionista e
colto e smaliziato collage linguistico, la successiva ondata generazionale ha intrapreso
un netto spostamento del linguaggio della pittura nei territori della contaminazione con
altre discipline creative, fotografia, fumetto, pubblicità, illustrazione, ricorrendo di
pari all'immenso giacimento di stereotipi formali custodito negli archivi della storia
dell'arte, al fine di elaborare nuove narrazioni in grado di simboleggiare la sensibilità
mutata dell'uomo post moderno. Claudio Spoletini si colloca a pieno diritto in questa
cerchia di autori. Le sue tele, spesso di imponenti dimensioni, non solo tali da lasciare
indifferente, ad un primo sguardo, anche il più professionale dei fruitori, spesso
abituato a visitare le mostre, specie le collettive, con rapido incedere, per poi
soffermarsi su quanto ha sollecitato l'interesse percettivo. Non può non colpire la
lucentezza delle tinte e l'incastro preciso, quasi escheriano, delle forme. Proprio il
livello estremamente patinato della confezione può a quel punto indurre, sempre
d'istinto, ad una seconda reazione, quella di considerare il prodotto interessante, ma
troppo confinante con il territorio dell'illustrazione. A questo punto è necessario, ed
è quanto è valso per me, un terzo livello di attenzione, che permette di penetrare
davvero all'interno del significato di questa originale poetica. La pittura e, più in
generale, l'immagine artistica possono, in questa fase, optare per due differenti
soluzioni, nei confronti della realtà esterna: porsi in una posizione di consapevole
distanza per ripiegare nell'enclave della sensibilità interiore e del simbolo, oppure
ingaggiare un autentico corpo a corpo per riguadagnare il terreno perduto in decenni di
incessanti, lente ma inesorabili annessioni. Spoletini ha evidentemente optato per questa
strategia. Egli adotta, in particolar modo per le composizioni degli ultimi anni, che
riguardano costantemente immaginifici scenari urbani, un metodo che consiste nel calare
iconografie colte e ricche di citazioni provenienti da svariati ambiti nei panni
traslucidi della più luccicante medialità. Sottraendo ai linguaggi di confine quelle
prerogative di immediatezza comunicativa che permettono una più agevole ed immediata
percezione del messaggio. Che, di suo, non è affatto banale. Spoletini getta il suo
sguardo di osservatore partecipe e sensibile sullo scenario metropolitano, elemento più
di ogni altra cosa destinato a stimolare l'immaginario dell'arte alla creazione di
situazioni di vibrante e suggestiva poesia. Le città sono il contenitore dei sogni, delle
tensioni e delle utopie di ognuno di noi in relazione al rapporto che riusciamo a
stabilire con gli altri, alla nostra empatia con il prossimo, che poi, negli scenari
attuali, è la capacità di armonizzare la nostra solitudine con quella altrui. Le città
di Spoletini non prevedono la presenza di figure umane, rappresentano la proiezioni dei
sogni e dell'umore dell'artista, che le reinventa, ne fornisce una versione ideale, in cui
la tensione verso l'utopia si concretizza in architetture ardite, dove realtà e fantasia
si fondono in uno scenario di pari proiettato verso gli archetipi del passato, in taluni
casi addirittura della premodernità, e teso verso un futuro prossimo venturo. All'interno
di uno stile personalissimo ed assolutamente riconoscibile Spoletini riesce a miscelare
gli ingredienti di un calibrato cocktail culturale: Baudelaire, Marinetti, Boccioni,
Sant'Elia, Benjamin, Augè si mescolano alla fantascienza di Blade Runner, per passare ai
fumetti di Superman e della Marvel Comics e sfiorare l'architettura post moderna e neo
moderna e giungere infine alla Metafisica Dechirichiana del primo Novecento per
concludersi con quella di Salvo nella seconda parte del secolo, ed ho citato solo alcuni
degli spunti e delle suggestioni possibili. Spoletini guarda alle sfide non facili che
attendono l'umanità del nuovo millennio con la sensibilità e la capacità di focalizzare
e sublimare i problemi che solo l'arte è davvero capace di fare."
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Data ultimo aggiornamento: 12-04-2004