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Patrizia Buldrini
Paolo Costa
PATRIZIA BULDRINI - CLAUDIO COSTA Mostra bi-personale di pittura
Roberto Rotta Farinelli - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea
- è lieto di presentare la bi-personale di pittura "Patrizia Buldrini - Claudio
Costa", organizzata in collaborazione con la Fusion Art Gallery e presso la cui sede
di Torino, Piazza Peyron 9 G, la mostra è stata in esposizione nell'autunno del 2003. E'
una "... "doppia" personale che presenta esponenti di due distinte
generazioni. Da una parte un geniale ed irregolare protagonista dell'arte italiana, come
Claudio Costa, proiettato con il suo lavoro su di un piano di assoluto rilievo
internazionale ed attivo dalla fine degli anni '60 fino alla sua prematura scomparsa nel
1995, dall'altra una giovane pittrice emergente già dotata di buon curriculum come
Patrizia Buldrini." Il testo di Edoardo Di Mauro continua scrivendo per quanto
riguarda Claudio Costa: " ... Costa è stato un autore indubbiamente atipico rispetto
alle tematiche dominanti, per la sua facoltà di calarsi nell'intimo dei problemi e degli
umori generazionali, ma anche di sapervisi sottrarre per perseguire percorsi autonomi di
ricerca, al di fuori di facili accasamenti all'interno di logiche di gruppo certo in grado
di dare visibilità e maggiore circolazione al lavoro, ma pure possibile causa di
isterilimento di una vena creativa sempre febbrile ed inquieta, come testimoniato dai
molti che ebbero la fortuna di conoscerlo e frequentarlo ed oggi ne diffondono tenacemente
la memoria.
La data di
nascita, il 1942, le prime esperienze, come la personale del 1969 alla galleria La
Bertesca di Genova, e più d'una caratteristica dello stile, porrebbero Costa a ridosso
del gruppo radunato da Germano Celant sotto l'etichetta di "Arte Povera".
Tuttavia, la già citata allergia dell'artista per le ipotesi di gruppo, specie per quelle
destinate in breve a tempo a tramutarsi in vere e proprie "lobbies" di potere, a
favore, viceversa, della militanza in nuclei assolutamente fuori dagli schemi classici,
come fu per la lunga esperienza nel settore di lavoro legato al concetto di
"arte-terapia" non ne favorì un suo oggettivo inserimento, se non per
inquadramento storico generale. Il lavoro di Claudio Costa, infatti, nasce all'interno di
una stagione, quella del '68, che l'artista vive da testimone in presa diretta, ed è
segnata, da un lato, dalla volontà di inserire la progettualità dell'arte dentro i
meccanismi di rivolta sociale, dall'altro dall'esigenza di trovare, in una fase che segna
l'avvio della post modernità, una possibile dialettica tra mondo artificiale e
tecnologico ed universo naturale. In sintonia con il versante "mondano" del
Concettuale, aperto al rapporto con l'ambiente esterno e contrapposto alla spietata,
autoreferenziale tautologia del versante altro, quello analitico, Costa fa della ricerca
antropologica sul mito e sull'origine il cardine della sua poetica. Quando l'arte, per
effetto dell'esaurirsi della carica propulsiva dell'avanguardia novecentesca inizierà, a
partire dalla metà degli anni '70, a praticare il recupero della sua memoria storica
avvalendosi, come ciclicamente avviene, della citazione, l'artista darà di questa fase
una sua originale interpretazione. Il concetto è quello di "work in regress",
dialetticamente opposto al joyciano "work in progress". Ed in effetti tutta la
produzione di Claudio Costa, fino alla sua prematura scomparsa, è segnata da questa
tenace volontà di ricostituire l'unità scomparsa delle cose fornendo della pratica
dell'arte una visione sciamanica, con l'artista visto come mago, come alchimista e come
terapeuta in grado di avvalersi di tutti i materiali possibili per dare vita ad
installazioni complesse e stratificate, esemplari per la loro carica di simbolica
archetipicità. Questo procedere per raccolta e successiva accumulazione, assolutamente
originale quanto ad impostazione formale, risente, come dall'artista stesso ammesso, della
pratica del collage di Schwitters e di talune esperienze di Fluxus, gruppo da Costa
frequentato per via del suo particolare approccio alla relazione tra arte e vita, con
particolare riferimento alle cassette "magiche" di Cornell. Le opere presentate
in questa personale risalgono agli anni '70 e testimoniano, con lo stile tipico
dell'artista, il suo interesse per civiltà, come gli Indios, marginalizzate da un
Occidente immemore della sua storia e del legame con il passato, ma in grado, con la loro
antica esperienza sapienziale, di indicarci un possibile appiglio in un orizzonte segnato
da un freddo, competitivo ed alienante incedere dei singoli verso un'affermazione
personale poco degna di tal nome." Fabrizio Boggiano scrive del lavoro di Patrizia
Buldrini: "Sfumature di colore sapientemente disteso fuoriescono da rigidi pennelli
mossi da mani desiderose di raccontare profonde emozioni. Velature di impercettibile
materia si sovrappongono seguendo la regia di un'artista che, parlando di sé, scava nella
nostra interiorità dopodiché, non ancora appagata di questo, entra in noi stessi
rubandoci emozioni che ritroviamo sulla tela come parte della sua storia più profonda.
Patrizia Buldrini in realtà non è "soltanto" un'artista che materializza tanti
d'animo: lei è il colore, la tela, il sentimento e la manifestazione di visioni che
indagano in profondità. Il suo è il linguaggio più antico e comprensibile che l'arte
abbia mai avuto a disposizione. La rappresentazione di immagini che attraverso una
semplice e immediata visione ci trascinano e
avvolgono con
emozioni che mostrano e, nello stesso tempo, trascendono l'esistenza. I suoi lavori
partendo dalla semplicità apparente di figure che osservano il nostro mondo, a poco a
poco, catturano la nostra attenzione trascinandola in una metafisica di significati molto
spesso dimenticati. Per questo motivo i suoi dipinti richiedono un'attenta osservazione:
le figure, "semplicemente dipinte", in realtà sono molto più complesse di
quanto possa sembrare a prima vista. Parlano, si muovono ed entrano in sintonia con le
nostre emozioni trascinandoci in uno scambio simbolico che, se da un lato svela nostri
reconditi desideri, dall'altro cattura le nostre emozioni al punto da non poter più fare
a meno di loro. Passeggiare fra questi quadri non è soltanto una piacevole esperienza
emotiva: le sollecitazioni psichiche provate restano in noi stessi e, appena ci
allontaniamo da essi, proviamo il desiderio di tornare a guardarli, a incontrali ancora
una volta nella speranza di non potercene separare. Le silenziose parole che fuoriescono
dalle immagini marchiano il cuore e la mente in un modo così profondo che diventa
difficile non appropriarsene.
Il nostro primo incontro con loro diventa così un desiderio di infinita convivenza. Per
questi motivi considero di altissimo livello il lavoro di Patrizia Buldrini: non tanto e
non solo per un piacevole ritorno a una figurazione ricca di emozioni ma, soprattutto, per
la forza che tali immagini espandono al di fuori della tela.
Questi lavori non sono semplice raffigurazione: siamo di fronte alla vita, satura di
emozionalità, che fuoriesce dal quadro per accompagnarci verso quelle quotidiane
riflessioni ormai troppo spesso dimenticate.
Questi lavori, letti con attenzione, aiutano a depurare le nostre menti dalle scorie della
vita "normale" regalandoci il piacere della riflessione e del recupero dei
piaceri primordiali. Di fronte a questi quadri noi abbiamo due possibilità: attendere che
le persone rappresentate scendano dal quadro per accompagnarci nel percorso della vita
oppure scegliere di entrare noi stessi nel loro mondo per iniziare un viaggio all'interno
dell'esistenza profonda, quell'esistenza che da moltissimo tempo abbiamo dimenticato
essere il fondamento della felicità.
La magia nascosta nei quadri di Patrizia è proprio questa: dipingere figure
"vive" che attendono solo di poter dialogare con noi. E' compito nostro, a
questo punto, soffermarci a riflettere oppure proseguire, ancora una volta, nel distratto
cammino."
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Data ultimo aggiornamento: 01-04-2004