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Luciano Pasquini
Bellezza sognata

Una pennellata intrisa di emozione e di sentimento accarezza i dipinti di Luciano Pasquini, testimoniando in corso d’opera, all’acme della sua energia creativa, la poetica di un pittore la cui personalità si segnala singolare nell’ambito dei fatti d’arte concernenti una ben individuabile cultura figurativa sul versante naturalistico di tradizione post-impressionista. Pasquini ha dimostrato fin dai suoi giovanili esordi in pittura di saper vivere con intelligenza la propria insopprimibile vocazione, la sua incondizionata adesione al visibile, dialogando con lo zeit geist, lo spirito del tempo che sa tradurre con modi personali e franchi.
Per il critico d’arte, ma soprattutto per gli estimatori e i collezionisti di Pasquini, questa mostra offre dunque l’occasione per constatare la cogenza di un «affondo» critico dovuto, che tocchi e documenti le ragioni ultime del suo lavoro; ragioni che sono sì espressive e formali, ma anche e in prima istanza ragioni umane, ragioni del cuore, nonché dell’anima. Ciò premesso, in presenza di questi dipinti aventi le caratteristiche di un ininterrotto diario intimo, dobbiamo prendere atto di come e di quanto tali lavori portino allo scoperto il vero temperamento e la più autentica indole di Pasquini, segnando per lui un atto di decisa autoanalisi, di solitudine contemplativa, di soliloquio con la sovrana bellezza del mondo. Nella preziosa materia, nella fresca stesura di queste tele – sorta di paesaggi interiori, di musicali tavolozze dell’emozione – vediamo infatti evolvere sempre più libera ed efficace l’opzione del colore, perché il colore è il frutto succoso della visione, della realtà sognata a occhi aperti.
È, quella di Pasquini, la scelta risoluta e militante per immagini di origine squisitamente naturale, ancorate al dato di realtà; realtà che per lui, da buon toscano, rimane sempre presente sullo sfondo delle cose, come iniziale, indiscutibile stimolo alla rappresentazione e, ancor prima, al vivere. Questa scelta di valori e di sensibilità insedia saldamente Pasquini nel solco storico di un naturalismo che in Italia vanta una lunga scuola; sta in quest’humus, infatti, la sua più autentica matrice; la matrice di un paesaggismo sui generis, ben poco dogmatico ma recante in sé la «tara» di fondo – tutta toscana, ripetiamo – di un riferimento ultimo al reale, ai luoghi amati e frequentati in lunghi dialoghi en plein air che ci restituiscono il blu fondo del mare, l’assolata, silenziosa immobilità di colline sparse di casolari, in un estivo trionfo di gialli e di rossi. Una realtà intesa non tanto come occasionale morfologia esterna, come semplice paesaggio o veduta, come sintesi interiore di natura, spirito, mondo, vale a dire come vita, come dono da onorare, ma anche come sogno gentile.
Nella peculiare stesura pittorica di Pasquini, mai troppo materica né grumosa ma al contrario sempre leggera, alitante, dal tipico pennellare abbreviato e virtuoso, le esperienze ottiche e della memoria, pur connotate cromaticamente dall’episodica eloquenza dei rosa, dei rossi, dei gialli e dei blu, assumono via via un’intonazione mesta e delicata. La pittura di Pasquini esprime, esplora e dilata autobiograficamente, senza vaniloqui concettuali ma anche senza timidezze né reticenze, l’hic et nunc della propria intimità, della propria soggettiva condizione di individuo; condizione lirica, cioè affidata al canto puro, vitalistico, sereno e pacificante della pittura. Sono, quelle di Pasquini, composizioni sempre dinamiche, plurali, tramate di essenziali nervature strutturali, eppure sommamente semplici, in grado di offrirsi al senso comune, in un lavorìo di segno e di croma dove il libero depositarsi e disporsi della pittura sul supporto diviene non semplice traduzione bensì vera e propria diretta traslitterazione del momento emotivo, dalla risonanza interiore innescata dal cangiare e dal trascorrere delle atmosfere, dal gioco delle luci, dal colore dell’aria.
Riconciliato col mondo, Pasquini dipinge a pelle ciò che vive e che vede, testimoniandoci un’intatta e uguale capacità di stupore e di passione, sia che si trovi davanti alla gloria meridiana del paesaggio sia che ritragga – nel segreto domestico dello studio – la vivida fragilità d’un bouquet di fiori. La pittura di Pasquini è divenuta con la maturità sempre più lirica, intensa, sempre più attestata in una dimensione memoriale, retaggio forse simbolico di una natura interpretata quale libro in cui leggere la propria relazione con la vita e col destino; una natura vista romanticamente, con gli occhi di Goethe, come «libro vivente».

Domenico Montalto

 

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Data ultimo aggiornamento: 29-03-2003