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Per un amico scomparso
Ricordo di Alberto Manfredi

 

MimosaHo conosciuto Manfredi, e mi sono incontrato con lui per la prima e l'unica volta, l'8 marzo 1999. Era la festa della donna ed eravamo in quattro a un tavolo, in un ristorante di Quarrata, attorniati da più di un centinaio di femmine in festa. Con Domenico Ventura e Amedeo Lanci, braccio destro di Manfredi, parlavamo con il maestro come si parla con un amico di vecchia data: del più e del meno. Non sapevo che stavamo parlando del meno e che la sua malattia era già in agguato, impietosa, irremissibile.
Eppure quest'uomo, così semplice, così alieno dal volere apparire qual era, e così pronto a sorridere, faceva progetti seguendo i nostri discorsi; immaginava di esprimere ed esprimersi su queste stesse pagine.

Si sa che per realizzare un'impresa, anche la meno faticosa, occorrono tempo e pazienza. Più ancora se si tratta di dare vita a una associazione che raccolga quanti si dedicano all'arte e alla pittura.
E mentre Lanci, con la sua vivacità, trillava e ci inondava di una gragnola di parole in ogni direzione, Manfredi, calmo, aggiustava il tiro o mitigava certi giudizi. Tutto, però, in un clima di amabile scherzo.
Ogni tanto, sentendoci quasi come pesci fuor d'acqua in mezzo a tante donne, le osservavamo e ci scambiavamo occhiate compiaciute ed ironiche per l'aggressività di una o per la stravaganza di un'altra; per l'allegria (insensata?) che alcune di loro mostravano in quella festa dedicata alla donna, che poi è la festa di un solo giorno e di una sola serata, forse fatta scontare con chissà quali angherie, in decine di altre occasioni, sul lavoro oppure all'interno e nel segreto delle mura domestiche.
Manfredi sorrideva spesso. Lo ricordo così. Parlava sottovoce perché – diceva – una fastidiosa bronchite lo tormentava da diverso tempo. Non sapeva, non immaginava.
Quell'8 marzo fu 'quel' nostro 8 marzo di amici intorno a un tavolo, subissati dall'euforia delle donne che ci stavano intorno. Usciti dal ristorante, ci fermammo alla Bottega d'Arte per continuare a parlare del più e del meno e di molti altri progetti.
Fu allora che Manfredi, stimolato da una punta più acuta di ironia, chiese un lapis a Ventura e, in fretta, gettò uno schizzo veloce sul foglio di un album: «In onore delle donne...», disse.
L'ironia si condensò in una silhouette femminile nuda; appena una traccia di contorno, dalla inconfondibile linea manfrediana. E la mimosa ebbe il suo momento di gloria 'a rovescio', una gloria dissacrata e dissacrante... Lo vedemmo scrivere qualcosa sul foglio e poi, contento come un fanciullo, mostrarcelo con orgoglio. Leggemmo. «La mimosa va bene dappertutto».
Nella vita di un artista servono anche gli aneddoti. Questo non è un aneddoto, ma può diventarlo e invitare al sorriso. Un sorriso come quello dell'uomo e dell'artista. Lo vogliamo ricordare così, lo vogliamo racchiudere in un aneddoto vero, vivo ed umano. Con malinconico rimpianto.

Edoardo Bianchini

 

 

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Direttore Responsabile: Edoardo Bianchini

Data ultimo aggiornamento: 03-11-2001