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Tre artisti alla Bottega d'Arte

Patrizio Gelli, Gianfranco Gaggioli e Leonardo Gori
presentano la loro ultima produzione

 

Trent'anni di attività di galleria e, all'attivo, mostre importanti, di artisti importanti, e di indiscussi maestri della pittura; premi nazionali di pittura che hanno fatto la storia dell'arte figurativa negli anni 70-80. La Bottega è stata instancabile, anche nello scoprire e valorizzare giovani promesse che in seguito hanno avuto successi e riconoscimenti - e basterà pensare a Salvatore Magazzini o a Marcello Scuffi. Per il 1999 è sufficiente ricordare l'esposizione di una serie di opere sconosciute (92) di Mino Maccari, accompagnate da una elegante monografia dedicata al maestro del Selvaggio, una bandiera dell'arte della rottura e della contestazione che segnò il '900. Ed ecco una nuova iniziativa, con la presentazione al pubblico di una quarantina di opere di artisti pistoiesi.
Stavolta si parla di Patrizio Gelli, Gianfranco Gaggioli e Leonardo Gori, una parabola di età che si sviluppa unita da un filo conduttore comune, la predilezione di un figurativo fra il fotografico (che il fotografico non è) e l'interpretazione del reale in chiave metafisico-simbolica. L'affinità elettiva che lega i tre risiede, appunto, in una scelta travalicante il puro aspetto segnico-coloristico e protesa alla ricerca di un oltre. Siano paesaggi o nature morte, la linea di contorno degli oggetti attraversa la pura datità del reale e cerca di cogliere, nel rappresentato, un significato più profondo, la storia dell'anima che, osservando il mondo, ne coglie valenze e valori - forse anche più astrattizzanti - in forme che vengono desunte, ma al tempo stesso ricreate dalla mano dell'artista.
Gelli (Serravalle Pistoiese, 1956) preferisce gli sfondi ruvidi, a intonaco, come pareti su cui, in tutta libertà, getta con estrema precisione le sue immagini. Le brocche lo attraggono, con i loro corpi appena stondati che sembrano alludere morbidamente a delicati fianchi femminili. E gli azzurri, ora tenui, ora più scuri, si inseguono sul bianco della brocca, spesso alloggiata in una nicchia di una parete scrostata, di cui si intravedono i cotti della Toscana. Una religione della preservazione dall'opera impietosa del tempo? Può darsi. Gelli dà l'impressione di voler salvare la memoria, non in sé e per sé, ma quella dell'immagine; un'immagine che pare destinata a dissolversi come l'uomo stesso. E allora le espressioni della sua arte finiscono per fare della cosa un simbolo da consegnare alla fissità della tela, ormai redento dalle ingiurie del traboccare del tempo.
Gaggioli (Quarrata, 1942) predilige il paesaggio e la natura morta: ma con una ossessione del segno, della precisione, della linea di definizione dei bordi e dei margini, che, proprio per la ricerca ossessiva dell'esattezza, perde in assoluto i connotati del disegno. I fiori, la frutta, le verdure non sono più reali; si vestono di una surreale consistenza per diventare quasi forme emule di quelle di un Arcimboldo. Solo che Gaggioli non ricostruisce e non ricrea congestionando strane figure maschili o volti grottesco-mostruosi: si autolimita a definire una sua realtà, dalla quale traspaiono sensibilità e tendenza alla fuga in un immaginario favoloso e sospeso sull'abisso del tempo. La ruralità degli oggetti lo attrae come un filtro incantatorio e da lì nascono i suoi incantesimi visivi, dai quali si sprigiona un fascino sottile e malinconico, e, in certi casi, il rischio dell'abbaglio in una forma che richiama, indistintamente, ricordi perduti di una vita travolta dalla congestione dell'oggi.
Gori (Pistoia, 1973) è il più giovane, ma sa già mostrare con sicurezza le doti di una mano vigorosa nella linea e delicatissima nel colore. La sua contraddizione - se di contraddizione si può parlare - risiede proprio in questo. Se si osservano Gli Uffizi, vi si intravede la mano dell'architetto che progetta e prospetta un'opera monumentale; se ci si perde dinanzi a un paesaggio, vi cogliamo una sensibilità delicata che si esprime attraverso l'uso di un colore a volte tendente quasi al chiarismo. Paesaggi che non sono veri, pur avendone tutte le caratteristiche; e che somigliano a pure invenzioni, senza corrispondere quasi per niente alla tradizione toscana. E qui è come se l'artista - fortemente critico nei confronti di certe tendenze dell'arte contemporanea - volesse crearsi una propria nicchia in cui rifugiarsi e vivere le  emozioni pittoriche pronte ad avventurarsi anche nella natura morta, laddove un bricco e una scatola di caffè, con un cucchiaio di legno, uniti a una tavolozza che appena si intravede sullo sfondo indistinto, poggiano su drappeggi di tovaglie sapientemente ombreggiati.
La collettiva alla Bottega mira a proporre al pubblico queste qualità dei tre artisti.

e.b.

L'inaugurazione della mostra

 

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Editore: Bottega d'Arte - 51039 Quarrata (PT)
Direttore Responsabile: Edoardo Bianchini

Data ultimo aggiornamento: 03-11-2001